Settantadue anni fa l’Italia rischiò la guerra civile con l’attentato a Togliatti

Erano le 11.40 del 14 luglio 1948. Il leader del Partito comunista italiano, Palmiro Togliatti, insieme alla sua compagna Nilde Iotti, aveva lasciato la Camera dei deputati dall’uscita secondaria di Via della Missione quando venne affrontato da uno studente siciliano di 24 anni, Antonio Pallante che, senza dire una parola, gli sparò ben quattro colpi di pistola e tre andarono a segno: alla base cranica, al polmone sinistro e alla milza. Immediatamente soccorso da passanti, forze dell’ordine e colleghi deputati, appena caricato sull’ambulanza, Togliatti ebbe la forza di raccomandare ai suoi più stretti collaboratori, Luigi Longo e Pietro Secchia, nel frattempo giunti, di “mantenere la calma” e di “non fare sciocchezze.”

 

Quelle parole, pronunciate da un uomo in pericolo di vita con la massima lucidità e consapevolezza, salvarono l’Italia dalla guerra civile. Erano passati pochi mesi dalle elezioni famose dell’aprile 1948, quando il blocco social-comunista fu sonoramente sconfitto dalla Democrazia cristiana e dai suoi alleati. Ma il clima in Italia era ancora incandescente, e l’attentato a Togliatti ne è l’esempio più eclatante. Togliatti fu operato poco dopo dal famoso chirurgo professor Pietro Valdoni, che gli salvò la vita. Nel pomeriggio, il leader comunista ripetette nuovamente ai suoi uomini di ‘mantenere assolutamente la calma.’ Nonostante questo, però, In tutta Italia, soprattutto nel Nord e nel Centro ci furono manifestazioni e scontri sanguinosi. Secondo il ministro dell’Interno Mario Scelba i due giorni di mobilitazione generale successivi all’attentato a Togliatti provocarono 21 morti (11 tra gli agenti e 10 tra i civili) e un numero imprecisato di feriti. Molte fabbriche del Nord, a Sesto San Giovanni, a Torino e a Bologna vennero immediatamente occupate. A Genova, i militanti comunisti estremisti sequestrarono cinque autoblindo della polizia; a Piombino gli operai delle acciaierie si mobilitarono in modo compatto e invasero la città, a Roma si svolse lo sciopero generale ma anche il leader della CGIL, Di Vittorio, non volle forzare la mano più di tanto e, in accordo con Togliatti, iniziò a gettare acqua sul fuoco per disinnescare la bomba che rischiava di far precipitare il paese nel caos più totale. Furono comunque giornate terribili, cariche di tensione politica e sociale.

 

L’attentatore, Antonio Pallante, era uno studente di legge siciliano, un militante del Movimento dell’Uomo Qualunque, arrivato in treno a Roma da pochi giorni, senza alcun collegamento con movimenti eversivi. Si fece sei anni di carcere e ha sempre dichiarato alla stampa e agli storici di aver agito da solo senza alcun mandante. Uscito di galera, lavorò nella Forestale. Sicuramente era soltanto un fanatico e considerava Togliatti e i comunisti il maggior pericolo per l’Italia. E’ ancora vivo, ha 97 anni (classe 1923) e in una delle ultime interviste, nel 2018, dichiarò: “rimasi contento del fatto che Togliatti non morì, altrimenti mi sarei portato per sempre sulla coscienza il peso di un omicidio.” Per fortuna Togliatti, che già aveva promulgato l’amnistia per i reati di stampo fascista, seppe mantenere calma e lucidità ed evitò all’Italia il pericolo della guerra civile.

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